L’AQUILA – “La gestione del patrimonio faunistico è compito del Parco, del suo personale tecnico,  scientifico e di sorveglianza. Il Parco conosce  i tempi e i modi per monitorare le popolazioni di animali e attivare il soccorso veterinario nei casi di crisi”: così il Presidente del Parco, e c’è da augurarsi che sia vero. Perché poi c’è cervo e cervo: quello di città, abituato a vagare nella Villa Comunale di Villetta Barrea e ben noto a turisti ed abitanti,  tanto che lo chiamano per nome: Oreste. E quando i riflettori sono accesi tutti si muovono con sollecitudine: così quando Oreste scalcia, le Guardie del Parco accorrono, mettono in sicurezza, redarguiscono dal nutrire i selvatici. E si spedisce immediatamente l’immancabile comunicato stampa per sottolineare la felice soluzione del “caso Oreste”.

Ma non tutti godono di altrettanta fama, ci spiace di informare il Presidente: un altro cervo, anonimo stavolta, entra con i compagni nel campo coltivato da Claudio Di Domenico, allevatore nello stesso Comune, dopo aver sfondato il costoso quanto inutile recinto elettrificato. I cervi pasteggiano tranquillamente con l’erba medica che l’allevatore coltiva per le sue vacche in stretta osservanza dei protocolli del biologico, con attenzione all’ambiente e alla salute dei suoi animali. L’allevatore chiama le guardie Parco, le stesse che si sono precipitate a prelevare Oreste, e cosa si sente rispondere? Che non possono intervenire. Altri impegni le trattengono? Forse.

E’ dura, oggi, fare l’allevatore e l’agricoltore in montagna: le aziende chiudono,  sottoposte alla dura legge del mercato, senza nessuno che difenda la qualità di queste produzioni, costrette nelle maglie di una burocrazia sempre esigente a chiedere e poco disposta a dare. Sono realtà che questo territorio lo tutelano da sempre, senza contropartite se non la difesa di quella che è la loro risorsa: la terra e il bestiame. Bestiame al pascolo, biologico non per certificazione ma per natura e per scelta da sempre, ancor prima che si inventasse la parola “biologico”. Aziende che raggiungono risultati eccelsi a livello internazionale con i loro prodotti, ma si devono sentire straniere in casa propria, guardate con sospetto ed additate al primo incendio, o quando si trova la carcassa di un lupo o di un orso.

Claudio è giovane e di forza di volontà ne ha da vendere, crede nel suo lavoro e fa caciocavalli apprezzati in Italia e all’estero: ma non ne può più. Chi lo tutela? Chi difende il suo lavoro, l’eticità delle sue scelte, il valore che dà a questo territorio?

A difenderlo sono dovuti intervenire i Carabinieri: ultimo baluardo di un allevatore esasperato dall’atteggiamento di chi si erge a tutore di un ambiente da cartolina, non del territorio nella sua realtà che è ambientale, economica, sociale e storica, e di cui Claudio a pieno titolo è e si sente parte.

I Carabinieri sono riusciti, stavolta, a smuovere le Guardie del Parco per far intervenire le Guardie Parco: ma i danni non saranno risarciti, perché in area di pre-Parco non è previsto. La beffa dopo il danno: perché questa fauna, reintrodotta da chi con l’ambiente intasca soldi pubblici, è sì protetta, ma i danni che fa non trovano ristoro. Perché questa protezione non spetta a chi lavora, a chi porta avanti attività che hanno consentito, nei secoli, di preservare questo territorio, ben prima che esistessero i parchi?

Quando tutte le aziende avranno chiuso e i paesi finiranno di svuotarsi, questo territorio sarà sempre più povero di biodiversità e andrà sostenuto in modo artificiale, avremo avallato la definitiva mutazione di un’area viva e autonoma in uno zoo a cielo aperto.  A chi converrà tutto questo, se all’ambiente o a chi deve costruirsi ogni giorno una motivazione per la propria busta paga, lasciamo ai lettori immaginarlo.

Gli allevatori sdegnati

Tratto da: Pagine Abruzzo

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