TRENTO. Ci tiene a distinguere tra «bravi sparatori» e «bravi cacciatori». Claudio Betta, ovviamente, si inserisce nella seconda categoria: «Un conto è tirare da 5-600 metri ad un animale, un conto è camminare per ore in montagna, individuare il capo e decidere se va prelevato o no», spiega la differenza il decano delle doppiette trentine.

Da 70 anni, tanti quanti sono le licenze venatorie che ha accumulato dal 1943, coltiva la passione per la caccia, una costanza che due giorni fa è stata premiata nel corso dell’assemblea annuale dei cacciatori, associazione di cui è stato presidente.

A 85 anni suonati, compiuti il mese scorso, l’ex presidente della giunta provinciale ed ex sindaco di Cavalese (è un replubblicano di ferro), non ha alcuna intenzione di abbandonare il piacere di imbracciare la doppietta e salire i sentieri del Lagorai: «Quest’anno sono fortunato: mi toccano la femmina di camoscio e il maschio di capriolo. Ho fatto due Marcialonga e una 24 ore di Pinzolo, adesso non scio più perchè sono tutto rotto, ma al piacere di camminare non rinuncio», spiega Betta.

Agli ungulati, però, Betta è passato per cause di forza maggiore: «La prima licenza venatoria me l’hanno data a 16 anni, con l’autorizzazione di mio padre. Io mi dedicavo soprattutto alla caccia primaverile, secondo me la più bella. Poi però l’hanno di fatto vietata e così mi sono convertito agli ungulati».

Tantissima passione, appunto, che ha portato Betta anche a scrivere alcuni libri autobiografici sull’arte venatoria (tra questi «Ricordi di un cacciatore di montagna») e sul rapporto tra il cacciatore e il suo cane.

Tratto da: TrentinoCorriereAlpi

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