Savona – Possono essere visti come un modo per tenere a bada il numero dei cinghiali, ma sono già nel mirino delle associazioni animaliste: stiamo parlando dei coadiutori della caccia, già soprannominati “steward”, figure che la Provincia sta formando e che saranno operativi prima dell’inizio della stagione di caccia, a metà settembre. Sono un centinaio i candidati che hanno fatto domanda agli uffici di palazzo Nervi: tra i requisiti richiesti occorre non avere più di 70 anni, non avere sanzioni per bracconaggio, esercitare già l’attività venatoria ed essere quindi in regola con il porto d’armi.

I futuri steward seguiranno un corso di sei ore, dopodiché potranno entrare in funzione con il compito di aiutare la polizia provinciale (otto dipendenti in tutto) nelle battute di abbattimento controllato dei cinghiali. «Con l’introduzione dei coadiutori si conclude un progetto per allestire un complesso di norme finalizzato al contrasto del numero dei cinghiali, tra cui il pronto intervento e i regolamenti – dice l’assessore alla caccia Paolo Ripamonti – Abbiamo voluto ovviare alle carenze di organico, mettendo a disposizione della Provinciale queste figure, che dovranno sempre e comunque agire in collaborazione con le nostre divise, e mai autonomamente».

Il caso classico di coadiutore è il residente di una vallata, che è già cacciatore e che sta avendo danni per l’invasione dei cinghiali nelle sue proprietà. In quest’ipotesi il coadiutore potrà segnalare il fatto alla Provincia e, insieme agli addetti dell’ente, svolgere una battuta di caccia per abbattere “l’intruso”. «Ci sono sanzioni penali per il coadiutore che non avverte la Provincia e compie un abbattimento in modo autonomo – precisa Ripamonti – Questi “steward”, insomma, non saranno in alcun modo dei liberi pensatori, ma dei collaboratori in servizi di pubblica sicurezza».

In questi giorni, tra l’altro, gli ambiti territoriali di caccia stanno provvedendo agli interventi di ripopolamento: una pratica con cui si lasciano in libertà alcune specie di animali (per lo più pernici rosse, fagiani e lepri) per fare in modo che, all’avvio della stagione venatoria, ci sia un numero sufficiente di capi per soddisfare le esigenze dei cacciatori savonesi. «Si tratta di animali di allevamento, sottoposti ad una settimana di ambientamento per abituarli alla vita fuori dalla cattività – spiega Antonio Cattaneo, dell’ambito 2 – Complessivamente, sul territorio della provincia, saranno liberati circa 7.000 animali».

Molto critica, sia per gli “steward” che per il ripopolamento, è l’Enpa, che stigmatizza come la tecnica dell’abbattimento controllato non sia efficace per tenere a bada il numero degli ungulati. «Sono anni che lo diciamo, e le nostre affermazioni sono suffragate da studi scientifici condotti da università europee: i fucili non fanno diminuire il numero dei cinghiali, anzi – dice Gianni Buzzi, vice presidente provinciale Enpa – Ciò accade perché la caccia distrugge la struttura sociale di questi animali, e la conseguenza è che ci sono più accoppiamenti e più cucciolate. Esistono sistemi alternativi per il controllo dei cinghiali: ci sono, ad esempio, sostanze specifiche anticoncezionali che possono essere somministrate a questi animali».

Anche sulle operazioni di ripopolamento il parere di Enpa è molto critico. «Loro liberano queste migliaia di pernici, fagiani e lepri: poi noi dobbiamo andare a recuperarli, stremati dalla fame e dalla sete – aggiunge Buzzi – Sono esemplari nati in cattività, cresciuti in gabbie e voliere, e non sanno procurarsi cibo e acqua. Tra l’altro questi interventi di ripopolamento sono finanziati con soldi regionali, e quindi, in ultima analisi, sono denari che la collettività spende per far contenti i cacciatori, e permettergli di sparare ad un animale disorientato, che nemmeno può contare sulle capacità di fuga di un suo simile cresciuto in libertà».

Tratto da: Il Secolo XIX

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