Sono sempre stato davvero poco incline a riconoscere l’autorità fine a se stessa, non supportata dalla conoscenza e dal rassicurante valore garantito dall’autorevolezza. Le imposizioni fatte cadere dall’alto, l’autorità di chi ha in mano le leve di comando senza possedere la più pallida idea di quali siano le regole (quelle vere) che dovrebbero normare l’argomento specifico che le suddette leve vanno a modificare le decisioni prese senza pragmatismo, ma con pressapochismo e demagogia, sono purtroppo tutte realtà della società attuale.
Realtà che trovano terreno fertile anche nel mondo venatorio, tenuto da decenni dalle AAVV in un oscurantismo culturale degno di oligarchie di regime. Certo, una bella fetta di colpa l’abbiamo tutti noi cacciatori, che alla fine, chi per un motivo chi per un altro, paghiamo la nostra tessera assicurativa poco prima dell’apertura perché “ci fa comodo prenderla lì” o perché “tanto una vale l’altra” (sbagliando clamorosamente). Potremmo andare avanti giorni a parlare dell’inutilità, anzi, della dannosità delle attuali AAVV, ma non è il tema di cui mi voglio occupare. Vorrei parlare di palle monolitiche, ma in modo scevro da interessi di bottega e da quel senso di crociata sia pro, sia contro, che vedo prendere piede preoccupantemente nel mondo venatorio. Io sono per l’utilizzo del monolitico, lo vado dicendo e scrivendo ormai da qualche anno non con autorità, ma con l’autorevolezza che deriva dalla pratica, da un uso intenso di questo tipo di palle. Ormai, in questi tre anni di caccia durante i quali ho utilizzato esclusivamente (fatta salva qualche eccezione) palle monolitiche in rame, ho tirato e fatto tirare un numero di capi che supera abbondantemente le cento unità (caprioli, camosci, daini, mufloni, cinghiali e cervi, più qualche capatina all’estero per animali di specie diverse, ma si tratta solo di “spiccioli”, che non pesano sulla statistica). Io che sono sempre stato un estimatore del lento e pesante ho dovuto ricredermi sull’efficacia e sull’incredibile effetto terminale di queste palle, generalmente appartenenti a una fascia di peso molto più leggera rispetto al range medio del calibro utilizzato (per quanto mi riguarda, la maggior parte degli animali è stata tirata con un 255 GS e con palle Barnes TTSX da 100 grani). Nel momento in cui si è trovata la “ricetta” giusta, ben digerita dalla propria arma, le palle monolitiche in rame non hanno praticamente difetti, ma solo vantaggi: costano come le Premium, volano bene, sono precise, si affungano sempre allo stesso modo a qualsiasi velocità (certo, non tirate con una fionda…), mantengono un peso residuo prossimo al 99%, creano un tramite coerente intracorpore e fuoriescono praticamente sempre, provocando, se piazzate in cassa, uno pneumotorace bilaterale o comunque sanguinamento, fattore a volte decisivo per il ritrovamento dell’animale tirato (se colpito in una zona non immediatamente mortale) e, cosa molto importante, generano limitatissimi danni alla carcassa (che non inquinano sarà una caratteristica da prendere in considerazione? Mah… io credo proprio di sì…). Nella mia casistica c’è un unico capo (una femmina di capriolo) che, ricevuta una palla passante in cassa, ha percorso alla massima velocità circa venti metri prima di cadere morta; tutti gli altri animali o sono crollati sugli zoccoli oppure hanno percorso due o tre metri prima di cadere. Chi parla male delle monolitiche o non le ha mai provate e ripete a pappagallo quello che sente dire in giro (fenomeno molto diffuso nel nostro mondo), oppure è in malafede e ha interessi personali che lo portano a non essere obiettivo. Persino l’amico Flavio Farè, noto gunmaker italiano, con il quale da anni sopravviveva una simpatica querelle che ci vedeva schierati pro (lui) e contro (io) le palle polymer tip ad alta frammentazione, ormai da più di un anno si è convertito al monolitico (palle proprietarie made in Farè per il suo 6,3×57), dimostrando di essere una persona intelligente e lungimirante oltre che un ottimo armaiolo. Malgrado questa soverchiante serie di caratteristiche positive verificate nella pratica, trovo però non sia stato – e non sia attualmente – corretto obbligare cacciatori di selezione di molte regioni a passare tout court al monolitico (o comunque al munizionamento lead free). E dico questo per due ragioni principali; la prima è di carattere economico-organizzativo: chi caccia con la carabina sa benissimo che non si compra una scatola di cartucce per volta, ma si cerca di avere una certa scorta di scatole provenienti dallo stesso lotto. Questo vuole dire avere in casa alcune centinaia di cartucce a palla; dovranno essere tirate solo più al poligono, buttando via diverse centinaia, quando non migliaia, di euro proprio in un momento di crisi come questo? In secondo luogo, per una media di 7/8 grammi di piombo di una cartuccia a palla da carabina ne abbiamo 36 (minimo) di una cartuccia dedicata alle armi lisce, ancora largamente utilizzate nelle cacce in forma collettiva al cinghiale, durante le quali, nelle giornate buone, vengono sparsi per i boschi (gli stessi dove un selecacciatore deve usare una palla lead free) magari anche diverse centinaia di grammi di piombo. Solite incongruenze tutte italiane… A queste due ragioni ne va aggiunta una terza: la diffusione, sia di caricamenti commerciali sia di palle per la ricarica domestica, non è così capillare e in molte regioni risulta veramente difficile trovare la cartuccia o la palla che si vorrebbe utilizzare. È necessario che le norme non siano sempre e solo vessatorie, o comunque gestite come tali, fatte cadere dall’alto, e che il cambio fra monolitiche e “tradizionali” (questo termine mi fa sempre venire un po’ di orticaria, ma lo uso lo stesso…) segua un percorso innanzi tutto culturale, ma più che altro che rispetti una tempistica che non metta in ginocchio né le aziende produttrici, né i poveri consumatori finali, sballottati come palline da flipper dalle decisioni di un funzionario regionale o provinciale incompetente, mal informato, il più delle volte anche anti-caccia, che firma delibere senza mai aver messo un paio di scarponi ai piedi. Monolitiche?
Certamente sì, ma parliamone…M.C. di Danilo Liboi & C., editoriale Cacciare a Palla gennaio 2013
Tratto da: La Caccia

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