forestaleLa Puglia è una delle regioni, assieme a Campania e Lombardia, dove il fenomeno ha registrato un’impennata negli ultimi mesi. Il Corpo forestale: “Qualcuno ci ha confessato che lo fa per procurarsi carne da mangiare”

In tempo di crisi il bracconaggio aumenta e si diffonde sempre più in alcune regioni italiane. Sono concentrati soprattutto in Puglia, e poi in Campania e Lombardia, i casi di reato accertati dal Corpo Forestale dello Stato: 2.246 in totale, da gennaio 2010 a settembre 2012. I reati sono in forte aumento. Le persone denunciate sono state 1.567, dodici gli arresti e 513 perquisizioni, oltre 5 mila illeciti amministrativi per un importo totale delle sanzioni notificate per un milione di euro.

Dato accertato in tutta Italia è l’incidenza della crisi economica sul fenomeno. “Nelle regioni del Sud Italia ci troviamo spesso di fronte a persone che cacciano per necessità” dice Claudio Marrucci, responsabile del Nucleo Operativo Antibracconaggio del Corpo Forestale dello Stato, organismo di pronto intervento che opera controlli su tutto il territorio nazionale, anche attraverso attività di investigazione. “I piccoli uccelli che vengono catturati – spiega Marrucci – sono poi utilizzati dai ristoranti, soprattutto in Lombardia, in particolare nel bresciano dove si cucinano con la polenta, oppure vengono cotti allo spiedo”. Sono passeri, pettirossi o altre specie di volatili grandi quanto il palmo di una mano che vengono catturati attraverso lacci, reti o tagliole nascoste nei boschi o fra gli alberi, dove rimangono imprigionati, feriti e straziati.

“Certamente – spiega Pasquale Salvemini, delegato pugliese della Lac (Lega abolizione caccia) – In pochi riescono a pagare le tasse e le concessioni governative, e dunque diminuiscono i cacciatori e aumentano i bracconieri. Rispetto al codice della strada che negli ultimi 20 anni ha visto triplicare le sanzioni triplicate, nella legge sulla caccia le sanzioni sono ferme al 1992. Con una multa di 4-500 euro hai risolto il problema, anche se di natura penale>.

I cacciatori di frodo non risparmiano le oasi protette. In particolare,i due parchi nazionali pugliesi sono stati presi d’assalto. “Le aree del Gargano e quello della Murgia – denuncia l’ambientalista – sono oggetti di frequenti incursioni. Soprattutto nei comuni di Andria, Corato e Ruvo è in forte aumento la caccia al cinghiale”. Non si scherza nemmeno nel Parco nazionale del Gargano, dove “oltre agli ungulati (capriolo e cinghiale) – continua Salvemini – c’è anche la caccia agli acquatici, partendo dalla zona di Margherita di Savoia, fino a Lesina, lungo tutta la costa”.

Anche il sud della Puglia non è da meno, il Parco delle Gravine nella zona del tarantino, dove persiste la caccia al cinghiale. “La caccia agli ungulati va aumentando notevolmente – spiega l’ambientalista – anche a causa degli ultimi incendi dell’estate 2012 quando nel bosco di Acqua Testa, fra Spinazzola e Minervino, sono andati in fumo 400 ettari. Di conseguenza, la fauna selvatica è emigrata verso Ruvo e Corato”. E su tutto la politica e il ruolo dell’uomo. Salvemini fa riferimento alla recente proposta di aprire la caccia fatta dall’amministrazione delle Isole Tremiti all’interno del  Parco del Gargano: “E” fuori luogo – dice Salvemini – invece di tutelare il territorio e potenziare le condizioni ricettive che la nostra regione può migliorare, diamo accesso ai bracconieri”.

di MARA CHIARELLI

Tratto da: Repubblica.it

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