proprietà privataLa Corte Europea per il Diritti dell’Uomo (CEDU) ha pronunciato una sentenza che inciderà profondamente sull’assetto di alcune legislazioni nazionali in materia di diritto di caccia e, segnatamente, sul diritto del cacciatore di entrare nel fondo altrui senza il consenso del proprietario.
La sentenza della Corte 26 giugno 2012 si basa su un ricorso di un proprietario terriero tedesco il sig. HERRMANN che si opponeva all’ingresso dei cacciatori nel suo terreno perché contrario alla uccisione di animali. La corte ha riconosciuto il diritto del proprietario di impedire l’ingresso di altri nel suo terreno per esercitare la caccia condannando lo stato tedesco al pagamento di Euro 5000 a favore del ricorrente.La sentenza spiega come innanzi tutto funziona in Germania il diritto di caccia:

“In virtù della legge federale sulla caccia (Bundesjagdgesetz), i proprietari di riserve di caccia di una superficie inferiore a 75 ettari sono, di diritto, membri di un’associazione di caccia (Jagdgenossenschaft), mentre i proprietari di terre più vaste gestiscono il loro proprio distretto di caccia. Il richiedente possiede nel Land della Renania-Palatinato due fondi di una superficie di meno di 75 ettari ciascuno ereditati nel 1993 al decesso di sua madre. È dunque, di diritto, membro di un’associazione di caccia, nell’occorrenza quella del comune di Langsur.

Il 14 febbraio 2003, il richiedente che si era opposto alla caccia per i motivi di ordine etico, invitò l’autorità della caccia ad provvedere alla sua radiazione dall’associazione di caccia. L’autorità respinse la sua domanda col motivo che la sua adesione era imposta dalla legge e che non esisteva disposizione che contempla uguale possibilità di radiazione.”In vari gradi di giudizio i tribunali tedeschi ed in ultimo la Corte Costituzionale diedero torto al sig. HERRMANN e per questo egli propose ricorso dinnanzi al CEDU.Nella sentenza la Corte, tra l’altro, riporta il diritto comparato dei diversi paesi aderenti al Consiglio d’Europa:

“Le ricerche condotte dalla Corte sulle legislazioni di quaranta Stati membri del Consiglio dell’Europa mostrano che l’adesione ad un’associazione di caccia è facoltativa in trentaquattro paesi: Albania, Azerbaigian, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Cipro, Croazia, Spagna, Estonia, “ex-repubblica iugoslava di Macedonia”, Finlandia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Moldova, Montenegro, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Romania, Regno Unito, Russia, San Marino, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Turchia ed Ucraina. In Austria, in Francia ed in Svezia, uguale adesione è un principio obbligatorio. In Georgia ed in Svizzera, la legislazione non contiene disposizioni sulle associazioni di caccia. Infine, la caccia non è praticata a Monaco.
Esistono delle differenze considerevoli tra le legislazioni di questi Stati in quanto all’obbligo per i proprietari fondiari di tollerare la caccia sulle loro terre. Sui trentanove Stati membri analizzati in cui la caccia è praticata, in diciotto (Albania, Azerbaigian, Belgio, Estonia, “ex-repubblica iugoslava di Macedonia”, Finlandia, Georgia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Moldova, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito ed Ucraina) non obbliga i proprietari fondiari a tollerare la caccia e in diciotto (Austria, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Cipro, Croazia, Spagna, Grecia, Italia, Montenegro, Polonia, Romania, Russia, San Marino, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Turchia) lo prevede. Tuttavia, gli uni come gli altri contemplano delle eccezioni più o meno larghe alle regole che applicano. In Francia ed in Repubblica ceca, l’obbligo di tollerare la caccia dipende dalle circostanze proprie al terreno e di decisioni amministrative. In Svizzera, non esiste legge che regola questo obbligo.”

Ma su un punto il Governo Tedesco chiarisce un principio nella memoria difensiva del sistema basato sulle associazioni di cacciatori ed agricoltori con una considerazione che condividiamo pienamente e sulla quale ci vogliamo soffermare:il vantaggio per la comunità di un sistema autogestito rispetto alla soluzione in cui lo stato gestisce la caccia (come succede in Italia):

“De même, un système de chasse administré par l’Etat ne serait pas non plus une solution efficace, car en l’absence d’associations de chasse autogérées, celui-ci devrait pratiquer une gestion et un contrôle bien plus importants, et plus onéreux, pour réaliser les objectifs de la chasse”.

“Un sistema di caccia amministrata dallo stato non sarebbe parimenti neanche una soluzione efficace, perché nella mancanza di associazioni di caccia autogestite, questo dovrebbe praticare bene più una gestione ed un controllo importanti, e più onerosi, per realizzare gli obiettivi della caccia”.

Il giudizio della CEDU arriva in un momento in cui in Italia diversi avvenimenti hanno sancito l’impotenza degli enti delegati a gestire i problemi derivanti dalla fauna. Mi riferisco alla vicenda degli atti amministrativi per consentire l ‘eradicazione dello Scoiattolo grigio americano, in cui di fatto ciò non sarà possibile ma saranno spesi inutilmente circa due milioni di Euro, ed al ritiro da parte della provincia di Siena del provvedimento per il controllo delle volpi in tana.

Se persisterà in Italia la legge 157 e la gestione statale della fauna selvatica assisteremo all’aggravamento del problema degli alloctoni a scapito della biodiversità italiana a cui il Governo Monti ha cercato inutilmente di mettere una inutile pezza con la proibizione del commercio di specie esotiche.
I buoi sono scappati ma il Governo passato, benedetto in questo da ambientalisti di comodo, non se ne è accorto, la tartaruga americana ed il gambero della lousiana come la nutria o lo scoiattolo grigio stanno danneggiando la nostra biodiversità mentre i progetti europei foraggiano i soliti studiosi che studieranno cose risapute e non si passerà mai alla fase degli interventi. Siamo un popolo di grandi studiosi lontani anni luce dalla risoluzione dei problemi.

E sul fronte dei danni alle produzioni agricole siamo messi ancor peggio.

Anche il plurionorato “modello toscano” di gestione oculata della fauna è in profonda crisi perché un organo dello stato, L’ISPRA, propone piani di abbattimento ultraprudenti mentre caprioli e cervi masticano i tralci dei preziosi vitigni del Chianti ed i cinghiali e gli istrici arano i granturcheti con democratico accanimento .C’è un chiaro conflitto di attribuzione tra i poteri dello stato: da una parte La Regione Toscana preoccupata dai danni alle produzioni agricole e dall’altra l’ISPRA che vuole di fatto incrementare la stessa fauna che provoca i danni.

E forse non a caso la Conferenza Stato Regioni ha proposto un emendamento alla comunitaria che disinnescherebbe il potere dell’Istituto di dettare regole alle regioni. Qualcuno deve essersi finalmente accorto che in questo campo qualcosa non và.

Nel mentre gli attivisti animalisti mettono sotto scacco la Provincia di Siena che di fronte a pochi esagitati alza bandiera bianca e fa retromarcia sull’abbattimento in tana della volpe, anche qui il Pd come al solito si divide ed il Pdl presenta una mozione utilissima che le volpi leggeranno prima di addentare le loro prede. La politica, ancora una volta offre uno spettacolo irritante .E laddove una delibera venisse approvata ci penserà qualche TAR a sconfessare tutto e ad annullare la decisione presa dall’organismo democratico .Deja vu italico andato in onda mille volte sui calendari venatori.

Di fronte abbiamo lo sfascio della nostra povera Italia certificato da una crisi economica devastante in cui per altro si danno alla LIPU 870.000 euro per un progetto LIFE ( a carico dei contribuente italiano) per andare nel SULCIS (la regione più povera d’Italia) a fare opera di convinzione contro la cattura illegale di tordi con i lacci cosi come si farà in Spagna e Grecia, nazioni in questo momento notoriamente benestanti in cui i cittadini si divertono molto.

Non si riesce francamente a non indignarsi contro lo stato sprecone e gestore spesso fallimentare di tutto ciò che pretende di gestire, uno stato tentacolare che ostacola con una burocrazia costosa ed inutile le imprese ed i cittadini.

E per quello che ci riguarda è ora di rivedere anche da noi la gestione della caccia esercitata dalle provincie e delle regioni e con essa questo sistema farraginoso di delibere, ricorsi, Tar, mozioni, determine e delibere, un ciarpame inutile per la democrazia e dagli effetti letali per chi tenta di gestire la fauna.

Al proposito alcuni ambienti propongono riflessione attenta su questo punto :si riformi l’articolo 842 del codice civile sul modello tedesco cosicchè i proprietari terrieri conferiscano agli atc il diritto di caccia sui loro terreni, fatte salve le aziende faunistico venatorie trasformate a quel punto in consorzi autonomi di proprietari senza inutili fardelli burocratici. In questo caso sarebbero gli atc a provvedere in tempo reale al controllo della fauna secondo una legge che li vedrebbe protagonisti nella gestione in un sistema in cui si dotino di un direttore tecnico illuminato tipo il“Forster” tedesco,un cacciatore professionista formato in università e dopo un duro praticantato sul campo Gli appostamenti fissi sarebbero semplicemente espressione di chi ha ottenuto il consenso del proprietario e non l’autorizzazione della provincie, peraltro in predicato di abrogazione. Lo stato potrebbe così dettare regole condivise sulla tutela del patrimonio faunistico, un calendario venatorio quinquennale promulgato come legge e valido per le specie migratorie per tutta Italia e decidere su come gestire la caccia sui vari demani comunali e regionali, le montagne, le coste, i laghi ed i fiumi. Con la politica a controllare che la gestione sia commisurata ai fini che si vogliono raggiungere con una legge che riconoscesse finalmente anche il valore economico della fauna selvatica

Alessandro Pani
Tratto da: BigHunter

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